Sto leggendo un libro consigliatomi da un amico (per ora virtuale) che frequenta questo blog: si tratta di Le correzioni di Jonathan Franzen. Il libro, considerato uno dei migliori romanzi americani di sempre - e io sto iniziando a dubitare sulla qualità dei romanzi americani, dopo alcuni clamorosi flop quali Everyman di Roth, Viaggio nello Scriptorium di Auster e Quello col piede in bocca di Bellow - è piuttosto piacevole e intrigante, anche se si dilunga eccessivamente in descrizioni accessorie (tipo: una pagina intera per raccontare di un vecchio affetto da alzheimer che si lascia sfuggire una tartina dalle mani); ma ultimamente mi diverto a trovare i difetti e così vorrei riflettere con voi su questa semplice e banale frase. Diciamo che è un piccolo esercizio di scrittura.
Questa fettina è eccellente, papà, e gradirei un'altra di quelle zucchine grigliate, per favore.
Qualche tempo fa ho scritto un post dal titolo Lo spessore di un libro, dove affermavo, in sintesi, che la differenza la fa l'esperienza umana che l'autore è in grado di comunicare tramite quel che scrive. Negli ultimi tempi, però, ho notato un'altra grande prospettiva: la crescita dell'autore in quello che scrive. Più un autore si pone sinceramente e liberamente davanti a un manoscritto - e la cosa richiede grande fatica - più c'è per lui la possibilità di crescere umanamente (oltre che professionalmente); cosa che accade anche in ogni altro tipo di lavoro.
Mi ha fatto un po' scandalo sentire Giorgio Faletti a Viva Radio 2 ammettere candidamente che lui non legge praticamente nulla. Ma come! Un autore così noto - certo più per le trame dei suoi libri che per lo spessore di cui qui si parla - che ha venduto milioni di copie, sceglie di scrivere romanzi su romanzi restando consapevolmente fuori da una prospettiva culturale!
Per me è una cosa inconcepibile: senza l'intento propulsivo di fare cultura - sicuramente talvolta non riuscendoci - non avrei scritto manco una pagina in vita mia. Certo, ci sono grandi personaggi che scrivevano per lavoro ed erano pagati un tanto a riga, ma nonostante questo non si può certo dire che i loro testi fossero incapaci di un giudizio profondo sull'uomo del loro tempo (penso al Conte di Montecristo). Sarà per questo che ho rivenduto Io uccido al Libraccio?
Spesso quando ci si trova davanti a un libro e lo si deve commentare si giudicano due elementi: la storia e l'abilità dell'autore. Questo perché siamo abituati a dividere le cose in interessanti/non interessanti e bravo/non bravo. Come criterio di giudizio, per carità, niente di sbagliato, però è incompleto.
Cos'è che rende grande un libro? (questa è una domanda che ogni scrittore dovrebbe porsi) L'ingegnosità di una storia? La destrezza dell'autore? Il numero di pagine del volume? La capacità di sorprendere il lettore? L'elemento novità della pubblicazione? E se, invece, quello che fa la differenza fosse l'esperienza umana comunicata? Ma cos'è quest'esperienza umana? Quando è davvero di valore?
Uno scrittore dovrebbe struggersi su questo quesito, dovrebbe non scrivere più un rigo finché non trova qualcosa di vero e buono da dire. Cos'è questo qualcosa di vero e buono?
Tutti, dico tutti, sono più o meno capaci di raccontare la tristezza, la depressione, ma anche la gioia, il dolore, insomma, gli stati d'animo chiunque può esprimerli su un foglio di carta. Non vale lo stesso discorso per quanto riguarda la bontà di un pensiero che deve necessariamente scaturire dalla quotidianità della persona. Troppo facile vivere a corrente alternata, godere dei bei momenti e stringere i denti nei difficili. Troppo facile raccontare una vita di qualcuno, magari immaginario, che salta tra alti e bassi. Troppo difficile, invece, dire qualcosa di positivo, di veramente positivo. Non uno slogan, non un messaggio per il bene della folla, ma qualcosa di personale e fortemente reale che possa essere positivo per l'autore e per il lettore, per tutti. Questo è il compito di un grande scrittore.