Il libro di Giacomo Sangiorgi e Lara Lombardi è un giallo atipicamente tipico e io ne sono stato un atipico lettore. Di gialli ne ho letti pochi, e quei pochi erano brutti (salvo uno su due di Simenon e l’intera saga di Sherlock Holmes, ma per favore non nominatemi Agatha Christie!), quindi la prima reazione che ho avuto sapendo che questi due ragazzi avevano scritto un giallo è stata la paura. Poi ho letto il primo capitolo e la paura è diventata terrore. Due elementi in particolare mi hanno fatto tremare:
Dopo aver riflettuto ore e ore sui quesiti, ho iniziato il secondo capitolo. Quindi il terzo, poi il quarto. Insomma, ho letto il libro. E mi è piaciuto.
Perché parlarvi di questo libro? Perché in mezzo a tante pubblicazioni di thriller più o meno volontariamente omologhi, mi sembra giusto dare spazio a un romanzo che funziona, ha una sua storia, un suo intreccio – anche assai complesso – e una sua fine che non è uno dei soliti the end, e nemmeno uno di quelli coi botti (botti che sono spesso artificiali), ma è un finale degno di un libro di narrativa, non di un gioco da tavolo. Insomma, è un libro gradevole, a tratti avvincente, che sorprende per il contesto narrativo (un paese della Romagna), per la voglia di raccontare e raccontarsi dei due giovani autori, per la capacità di osare ma anche la sapienza di fermarsi in tempo. Quindi levate le zampe da quel giallo Mondadori e mettetele su questo Conti in sospeso, costa anche meno (10€).
Ecco uno scrittore del quale non si è sentito parlare molto o, di sicuro, non abbastanza. Ecco un libro del quale non se ne è parlato e non se ne parlerà mai abbastanza, tale è la sua rilevanza storica, umana e cristiana.
Il Cavallo rosso è stato scritto in circa 10 anni (1270 pp.) e narra le vicende di una famiglia paolotta della Brianza (e di quanti vi gravitano intorno) dal 1940 al 1974 circa. La maggior parte del romanzo è dedicata alla terribile quanto veritiera esperienza della campagna di Russia e relativa tragica ritirata e ancor più tragica prigionia. Qui risiede il valore storico del testo: l'autore racconta una verità storica che non ci fanno studiare a scuola, una verità che non può non mettere con le spalle al muro il lettore: le atrocità perpetrate dal regime comunista sul popolo russo e sugli stessi comunisti, nonché sui prigionieri di guerra.
La storia, però, non è mai fine a se stessa. Sono i personaggi a condurci nei fatti, nelle realtà paradossali (come le guerriglie tra diverse fazioni partigiane) e spesso micidiali di quei tempi nemmeno troppo lontani. Il vero valore aggiunto dell'opera, che già in sè si presenta come un lavoro storico-letterario non indifferente, sta nel salto umano che l'autore propone al lettore attraverso le più disparate vicende. Un salto umano che non rimane ancorato alla vita dei personaggi ma va a intaccare le convinzioni reali, quotidiane, del lettore, che si sente chiamato a giudicare in prima persona la forte e illuminata presa di posizione dell'autore.
Dunque un testo impriscindibile, epocale, finalizzato a segnare la storia letteraria e culturale dell'Italia e dei lettori. Un libro tristemente boicottato dalla cultura moderna con il silenzio, un silenzio ignorante e ideologico, un silenzio che sa tanto di sconfitta culturale e umana.
Ci vuole coraggio per scrivere un libro simile, coraggio e grande umanità. Ci vuole coraggio anche a leggere un libro simile; per quanto riguarda la grande umanità, i lavori sono in corso.
Sabato scorso c'è stata la fiera dell'editoria romagnola a Forlì: una ventina di case editrici si sono presentate al pubblico (ahimè) più con la voglia di vendere libri che con l'intento di comunicare la propria realtà. Nel mio peregrinare, perlopiù inconcludente, ho avuto modo di conoscere un editore (Raffaelli) che ha ancora chiaro il significato dell'essere editore. E' stata una chiacchierata fruttuosa e rincuorante: sì, rincuorante perché c'è sempre bisogno di scoprire persone che credono che l'editoria sia un mezzo privilegiato per educare le persone proponendo un prodotto di qualità, anche in termini di contenuto.
Un concetto, questo, che è stato in un certo senso ribadito da Vincenzo Cerami nella presentazione del suo ultimo libro. Una presentazione atipica, anzi, una presentazione vera: c'era un uomo di cultura, un vero uomo di cultura, Cerami appunto, che ha tenuto una lezione che si è dispiegata a partire dal suo libro (Vite bugiarde) per arrivare a toccare eventi della storia e della vita quotidiana (il '68, la povertà...). Ma quel che mi ha colpito maggiormente di Cerami è accaduto nel post-presentazione, quando l'ho avvicinato. Nel breve dialogo che abbiamo avuto, Cerami ha risposto alle mie domande in completa tranquillità, trattandomi mai con sufficienza, trasmettendomi fiducia e serenità. Insomma, mi sentivo guardato e considerato in quanto persona, in quanto uomo, e perciò degno di considerazione. Questa cosa non si è mai verificata le altre volte che ho avvicinato scrittori assai meno celebri di Cerami, i quali mi hanno considerato dall'alto delle migliaia di copie vendute. Per loro (e potrei fare i nomi!) provo solo un po' di pietà.
Prima o poi lo dovevo fare. Così ieri notte, all'una circa, dopo due birre e con la palpebra a mezzo servizio, ho "prelevato" da internet il libro di Moccia (è sì, a prenderlo in biblioteca mi vergognavo). Poi, in preda a chissà quale attacco di pazzia, ho iniziato a... a leggerlo! Per scoprire un'agghiacciante verità: è un libro come un altro. Più recisamente si tratta di un romanzo, e pure bello corposo (1 milione di battute! Il mio libro ne ha 150 mila). E leggendolo mi è toccato ammettere che il buon Federico conosce l'italiano, il romanesco, lo slang giovanile e, più in generale, il mondo di oggi.
Ma parliamone nei dettagli.
La storia della ragazzina che si innamora di un uomo maturo è vecchia come il mondo, anzi, nell'antichità era la normalità (pensate che Maria - la Madonna - si è sposata con Giuseppe, che non era proprio un coetaneo). Dunque la trama ci sta, non sarà il massimo dell'originalità ma al giorno d'oggi è stato scritto di tutto e l'originalità va cercata in altri dettagli.
Lo stile è quello importato dagli USA e che va per la maggiore: frasi brevi e nette, ritmo narrativo alto. Certo, Moccia non ha il talento di James Ellroy o Mordecai Richler (d'altronde, chi ce l'ha?), però se la cava egregiamente. Si può tranquillamente dire che il libro è ben scritto e sottolineare la capacità dell'autore di dipingere l'universo giovanile odierno.
I dettagli però sono quelli che ammazzano il libro. Si parla di cuori spezzati, armadi vuoti, cellulari col led che lampeggia, incapacità di confessare la fine del rapporto con la propria ragazza ai genitori: insomma, Moccia sceglie sempre la via più facile per raccontare qualcosa e questo decapita la qualità. Infine, leggendo questo libro ci si trova di fronte allo sgradevole quesito: ma è un romanzo o una sceneggiatura? Troppi i riferimenti temporali buttati lì a inizio paragrafo, esiliati dal discorso e utili solo a stabilire una sequenza delle scene (cinematografiche?).
Il mio giudizio è questo: peccato. Peccato perché, secondo me, Moccia avrebbe potuto scrivere qualcosa di interessante e brillante, e invece ha scritto Scusa ma ti chiamo amore. Almeno il titolo lo ha scelto giusto: chiede scusa ancor prima di cominciare.
Domenica notte, dalle 12 alle 6.04, ho divorato (lentamente, intervallando i capitoli con una passeggiatina in balcone) le ultime, gloriose 150 pagine di LVDB, un quasi-capolavoro del nostro tempo.
Questo libro fantabiografico una volta finito lo si scopre sorreggersi in precarissimo equilibrio tra il romanzo di sensazione, destinato alle grandi vendite, e il capolavoro di una vita. L'autore affonda le mani in una materia delicatissima come il senso della vita che, benché si tratti di una storia eclatante, stravagante, divertente e drammatica, sbuca qua e là mostrando la solitudine di fondo nella quale il protagonista si trova immerso, e anche il suo estremo tentativo di riscatto.
Non sto certo facendo la morale a LVDB, sarebbe impossibile e ingiusto, voglio solamente dar spazio a un ottimo tentativo di coniugare scrittura brillante a impegno umano (eh sì, impegno umano, anche se l'autore fa di tutto per celarlo).