Provo a dare un tocco di multimedialità al blog inserendo questi due video nei quali parlo di Siddharta di Hermann Hesse e di come ho vissuto la lettura di quel libro, a mio parere un romanzo breve, denso e decisivo. Anche se non posso dire che sia il mio libro preferito, è impossibile non identificarsi e lasciarsi provocare dal protagonista e dal suo modo di affrontare la vita.
I video li ho registrati con mezzi assolutamente amatoriali - webcam e microfono. Mi auguro che perdoniate l'assenza di professionalità a livello tecnico e, al contempo, siate misericordiosi per quella culturale...
Siddharta di Hermann Hesse - Prima parte
Siddharta di Hermann Hesse - Seconda parte
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MartinoSavorani alle ore settembre 23, 2008 23:20 |
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scrittori classici
Furore, pubblicato nel 1939, racconta la vicenda della famiglia Joad, finita nel turbine della Grande Depressione, sfrattata dalla propria terra e costretta a intraprendere un lungo viaggio dall'Oklahoma alla California, una sorta di terra promessa.
Un romanzo difficile, anche da leggere. Complice l'antiquata traduzione di Carlo Coardi (1940) che La Biblioteca di Repubblica non ha esitato a ristampare nel 2002 senza metterci mano, le prime 150 pagine sono state una sofferenza non solo per i protagonisti della vicenda, ma anche per me. Ma è una fatica che andava fatta, in preparazione al resto del romanzo.
Steinbeck racconta con semplicità e spontaneità la vita degli Okies - gli sfollati che giunsero a centinaia di migliaia in California in cerca di lavoro trovando solo fame e disprezzo - e le mille difficoltà di un'esistenza a metà tra il sogno di una casa e l'affaticante e sottopagato lavoro quotidiano, indispensabile per mettere qualcosa nel piatto la sera.
Tutto è raccontato con la brutalità della realtà, senza mezzi termini: ma il realismo di Furore non è modaiolo, non è uno stile o un modo di raccontare, è piuttosto l'unica maniera di approcciare la vicenda umana senza ipocrisie. E laddove sembra che sia finita, si crede di girare pagina e trovare la parola MORTE scritta a caratteri cubitali, l'uomo non rinuncia alla sua dignità e continua a lottore, a sperare, a vivere.
Lontano da ideologie e facili moralismi, Steinbeck raccontà l'umanità scavando fino all'osso, e nemmeno lui sa spiegare questa incapacità dell'uomo di rassegnarsi a un mondo fondamentalmente ingiusto ma che continua misteriosamente ad affascinare e a donare speranza. Non deve dunque sorprere che l'ultima parola del romanzo sia misteriosamente.
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MartinoSavorani alle ore settembre 03, 2008 11:49 |
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scrittori classici
Alcuni anni fa – non molti, forse tre – ho avuto occasione di assistere a un incontro tenuto dai fratelli Bianciardi su non ricordo bene quale argomento. Da allora il libro La vita agra per me è diventato quasi un tormento: ne trovavo tracce su siti, su amici, su professori. Insomma, dovevo leggere quel libro, e finalmente l’ho letto.
Per un qualche motivo mi sono costruito un castello di aspettative che mi hanno fatto aprire La vita agra con l’atteggiamento mentale di chi sta per “leggere” un film di Vittorio De Sica o un (relativamente) nuovo Pavese. Aspettative che da subito si sono rivelate errate.
Luciano Bianciardi era uno che sapeva il fatto suo: si intuisce dalla biografia e da quel che traspare dalle pagine del libro, ma anche dagli occhi dei suoi figli e da come ne parlano. Luciano Bianciardi definisce La vita agra come “la storia di una solenne incazzatura scritta in prima persona singolare”, ed è quanto di più vero ci sia. È un libro che descrive un mondo, quello milanese, e il disagio di un uomo di provincia (toscana) che vi approda per lavoro. Lo descrive bene: io stesso mi sono ritrovato in moltissime delle considerazioni che fa, perché le ho vissute in prima persona; spesso la narrazione è venata di ironia, però malinconica, perché consapevole che si sta ironizzando della propria vita e non si ha altro che quella.
Bianciardi a volte fa sentire il peso della sua cultura – munitevi di dizionario, a meno che conosciate il significato di “termocauterio”– e a tratti sembra eccedere nel contenuto d’effetto – come quando ci propina due pagine (due!) di traduzioni per farci capire cosa si “impara” facendo il traduttore – ma in generale La vita agra si può definire un libro scritto egregiamente. Anzi, Luciano Bianciardi farebbe probabilmente le scarpe a tutti gli scrittori italiani contemporanei, perché ha un talento innato che supera gli schemi (e pure li rifiuta).Però c’è qualcosa che non mi convince nella Vita agra, ed è proprio la vita agra. La vita del protagonista prende le distanze da quella società che si piega alle logiche di potere o comunque alle logiche esistenti; a tratti si ribella, ma mai nel concreto, e a tratti soccombe, ma mai definitivamente, perché la società stessa ha bisogno di gente come lui. È una vita agra perché gli tocca viverla: per questo fa di tutto per restare vivo e, appena ci riesce, smette di vivere. Non ha sogni, non ha progetti, non ha ideali – quei pochi che aveva a inizio libro, muoiono strada facendo – e ha due mogli, anche se una, quella vera, è una mera tassa e in quanto tale va pagata con cadenza mensile.
Se La vita agra mi è piaciuto a metà e non mi è sembrato molto “utile” (concetto attaccabilissimo, lo so, ma ribadisco: è facile raccontare quanto si sta male, ben più impegnativo è promuovere una positività nella vita!) non è colpa di Bianciardi: lui mi aveva avvertito fin dapprincipio apponendo quel nome al suo romanzo. Però c’è anche un altro fattore di delusione che differenzia Bianciardi da un Kafka o uno Svevo (per citare due autori che conosco bene e parlano efficacemente del fallimento): la vita, per quanto agra, non può esser vissuta poggiando solo sulla propria (grande) intelligenza e in un certo qual modo accontentandosi di quel che si riesce così a ottenere, ma dedicandola alla ricerca di un senso, del senso. Il personaggio della Vita agra non cerca nulla e, proprio in questo, è in totale sintonia con quel mondo che tanto ripudia.
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MartinoSavorani alle ore giugno 06, 2008 09:32 |
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scrittori classici
Ecco uno scrittore del quale non si è sentito parlare molto o, di sicuro, non abbastanza. Ecco un libro del quale non se ne è parlato e non se ne parlerà mai abbastanza, tale è la sua rilevanza storica, umana e cristiana.
Il Cavallo rosso è stato scritto in circa 10 anni (1270 pp.) e narra le vicende di una famiglia paolotta della Brianza (e di quanti vi gravitano intorno) dal 1940 al 1974 circa. La maggior parte del romanzo è dedicata alla terribile quanto veritiera esperienza della campagna di Russia e relativa tragica ritirata e ancor più tragica prigionia. Qui risiede il valore storico del testo: l'autore racconta una verità storica che non ci fanno studiare a scuola, una verità che non può non mettere con le spalle al muro il lettore: le atrocità perpetrate dal regime comunista sul popolo russo e sugli stessi comunisti, nonché sui prigionieri di guerra.
La storia, però, non è mai fine a se stessa. Sono i personaggi a condurci nei fatti, nelle realtà paradossali (come le guerriglie tra diverse fazioni partigiane) e spesso micidiali di quei tempi nemmeno troppo lontani. Il vero valore aggiunto dell'opera, che già in sè si presenta come un lavoro storico-letterario non indifferente, sta nel salto umano che l'autore propone al lettore attraverso le più disparate vicende. Un salto umano che non rimane ancorato alla vita dei personaggi ma va a intaccare le convinzioni reali, quotidiane, del lettore, che si sente chiamato a giudicare in prima persona la forte e illuminata presa di posizione dell'autore.
Dunque un testo impriscindibile, epocale, finalizzato a segnare la storia letteraria e culturale dell'Italia e dei lettori. Un libro tristemente boicottato dalla cultura moderna con il silenzio, un silenzio ignorante e ideologico, un silenzio che sa tanto di sconfitta culturale e umana.
Ci vuole coraggio per scrivere un libro simile, coraggio e grande umanità. Ci vuole coraggio anche a leggere un libro simile; per quanto riguarda la grande umanità, i lavori sono in corso.
Nessuno riesce in tutto quello che intraprende. In questo senso siamo tutti dei falliti. L'essenziale è di non fallire nel dirigere e sostenere lo sforzo della nostra vita.
(Joseph Conrad, Il duello. Un racconto militare)
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MartinoSavorani alle ore gennaio 17, 2008 13:53 |
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